Ansia della domenica sera: quando il lavoro diventa qualcosa da subire

Devo lavorare, ma devo lavorare proprio così?

Il problema non è eliminare ogni obbligazione, ma verificare dove dentro il vincolo esiste ancora una propria iniziativa.

Risposta essenziale

L’ansia della domenica sera non indica necessariamente un disturbo d’ansia.

Può presentarsi come paura, fastidio, rabbia, noia, fatica senza senso o semplice pensiero:

«Domani devo tornare lì.»

A volte il problema non è il lavoro in generale, ma il fatto che il proprio lavoro venga vissuto come qualcosa che si può soltanto subire.

La questione allora non è semplicemente:

«Come faccio a stare meno male la domenica?»

ma:

«Che cosa del mio lavoro sto vivendo come inevitabile? E dove esiste ancora un margine di iniziativa?»


Perché il lavoro comincia già la domenica?

Il lavoro può occupare il pensiero prima ancora che ricominci materialmente.

Una persona anticipa:

  • una riunione;
  • il rapporto con un superiore;
  • un carico eccessivo;
  • ore trascorse in qualcosa che non interessa;
  • una mansione vissuta come inutile;
  • una retribuzione giudicata insufficiente;
  • oppure semplicemente il ritorno in una situazione dalla quale non vede una via d’uscita.

Chiamare tutto questo “ansia della domenica sera” descrive come la persona si sente, ma non dice ancora quale sia il problema.

La prima distinzione utile è quindi:

il nome del disagio non è ancora il nome della causa.


Il disagio può contenere un giudizio realistico?

Sì.

Prima di pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nella persona, occorre verificare il rapporto reale con il lavoro.

Un ambiente può essere ostile.

Le condizioni possono essere economicamente poco vantaggiose.

Un capo può essere imprevedibile.

Le mansioni possono essere diverse da quelle concordate.

Una persona può avere studiato per anni e ritrovarsi in un lavoro che usa poco le sue competenze.

In questi casi il disagio può contenere un giudizio molto semplice:

«Questo modo di lavorare non mi sta bene.»

La psicoanalisi non richiede di trasformare automaticamente questo giudizio in un problema interno al soggetto. Il metodo della Biblioteca distingue infatti ciò che appartiene agli atti dell’altro da ciò che il soggetto anticipa, costruisce o considera inevitabile.


“Devo lavorare” significa “devo lavorare proprio così”?

No.

Qui introdurrei il passaggio centrale della pagina.

Per la maggior parte delle persone esistono obbligazioni reali:

avere un reddito, pagare una casa, mantenere dei figli, rispettare un contratto, presentarsi a un appuntamento.

Il problema nasce quando da una necessità reale:

«Devo lavorare»

si passa senza accorgersene a:

«Devo lavorare qui.»
«Devo accettare questo stipendio.»
«Devo fare questi orari.»
«Non posso chiedere.»
«Non posso cercare altro.»
«Non posso cambiare nulla.»

Alcune di queste conclusioni possono essere realistiche.

Altre meritano di essere verificate.

La domanda utile diventa quindi:

«Dove finisce ciò che realmente mi vincola e dove comincia ciò che ho smesso di considerare modificabile?»


Che cosa significa avere iniziativa dentro un obbligo?

Qui collegherei direttamente la pagina già esistente “Che cosa significa ri-prendere iniziativa?”, perché questa nuova pagina è una sua applicazione al lavoro. La Biblioteca già presenta l’iniziativa come possibilità di formulare domande, proposte e giudizi senza pretendere di controllare la risposta dell’altro.

L’esempio migliore è l’appuntamento.

Se ho un colloquio alle dieci, sono obbligato a rispettare quell’orario.

Ma l’obbligazione non stabilisce tutto.

Posso ancora decidere:

come presentarmi;

che cosa proporre;

quali domande fare;

quali condizioni accettare;

quale stipendio chiedere;

che cosa voglio ottenere dal rapporto.

Perciò:

l’obbligazione non cancella necessariamente l’iniziativa.

Nel lavoro questo può voler dire chiedere, proporre, negoziare, informarsi, cercare un’alternativa, oppure decidere consapevolmente di restare per un tempo determinato perché quel lavoro serve a una propria meta.


Che differenza c’è tra poco margine e nessun margine?

Questa sezione la terrei molto concreta.

Una persona può avere poco potere contrattuale.

Può essere appena arrivata.

Può avere bisogno urgente dello stipendio.

Può lavorare in un settore con poche alternative.

Quindi non sempre il margine è ampio.

Ma:

poco margine non significa automaticamente margine zero.

E soprattutto c’è differenza tra:

«Ho chiesto e mi hanno detto di no.»

e:

«Non ho chiesto perché ero certo che mi avrebbero detto di no.»

Nel primo caso la persona acquisisce un dato sulla realtà.

Nel secondo può avere già anticipato la risposta dell’altro.

Questo è uno dei punti in cui la psicoanalisi può diventare utile: non per prescrivere un comportamento, ma per verificare quali conclusioni siano realmente fondate e quali siano state costruite in anticipo.


Recuperare iniziativa significa licenziarsi?

No.

Questa FAQ deve esserci perché evita il principale equivoco.

Recuperare iniziativa non significa necessariamente:

lasciare il lavoro.

Può significare:

chiedere una modifica;

negoziare;

rifiutare una condizione;

cercare altre opportunità senza lasciare quella attuale;

stabilire una meta temporale;

oppure perfino decidere di rimanere.

La differenza è tra:

«Resto perché non posso fare altro.»

e:

«Per ora resto perché ho giudicato che questa soluzione mi serve per arrivare a una certa meta.»

Le condizioni esterne possono essere identiche.

La posizione del soggetto rispetto al rapporto non lo è.


Che cosa può chiedersi chi sta male già la domenica sera?

Qui farei un piccolo box pratico, molto in stile Biblioteca:

Non chiederti soltanto:
«Come faccio a rilassarmi?»

Prova a distinguere:

  • Che cosa mi pesa precisamente del lunedì?
  • È una persona, una mansione, un orario, il denaro, la noia, la mancanza di prospettiva?
  • Che cosa è realmente non modificabile oggi?
  • Che cosa non ho mai provato a chiedere?
  • Sto aspettando che sia l’altro a modificare spontaneamente la situazione?
  • Qual è la prima iniziativa che posso realisticamente permettermi?

Non è un test e non produce una soluzione automatica.

Serve a scomporre un blocco che appare unitario.


Qual è il contributo della psicoanalisi?

La psicoanalisi non ha come compito adattare una persona a un lavoro che la danneggia.

E neppure dirle semplicemente di cambiare.

Può invece aiutare a distinguere:

ciò che appartiene alle condizioni reali;

ciò che appartiene alle proprie aspettative;

le risposte effettivamente ricevute;

le risposte anticipate;

le obbligazioni assunte;

e le rinunce all’iniziativa che sono diventate automatiche.

Il vantaggio non consiste nell’eliminare ogni vincolo.

Consiste nel tornare a riconoscere dove una propria mossa è ancora possibile.

Obbligazione e iniziativa

Nell’elaborazione di Giacomo B. Contri, il rapporto non coincide necessariamente con la coazione. L’obbligazione può nascere da un patto o da un appuntamento, senza cancellare la competenza dei soggetti coinvolti.

Elaborazione della pagina: nel lavoro, questo permette di distinguere l’esistenza di vincoli reali dalla conclusione che ogni condizione concreta sia inevitabile.

Nel video parto dall’esperienza concreta della domenica sera e sviluppo il problema del lavoro vissuto come qualcosa che si può soltanto subire.

Per approfondire

Che cosa significa ri-prendere iniziativa?

Scopri che cosa può segnalare l’angoscia

Scopri perché possiamo sentirci bloccati anche quando potremmo agire

Scopri quando la rinuncia diventa una soluzione patologica

Giacomo B. Contri
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Che cos’è davvero la psicoanalisi?