La rinuncia secondo Giacomo B. Contri
Per Giacomo B. Contri, la rinuncia non è semplicemente il fatto di lasciare perdere qualcosa.
Il problema decisivo è: a che cosa rinunciamo?
In un testo del 2012 Contri formula la questione in modo esplicito: il punto non è genericamente la rinuncia pulsionale, ma la rinuncia al pensiero, e precisamente al pensiero in quanto profittevole.
Rinunciare al proprio pensiero
Una persona può sapere qualcosa del proprio rapporto, del proprio desiderio o della propria convenienza e tuttavia smettere di far valere quel giudizio.
Può pensare:
“Questa situazione non mi conviene.”
e immediatamente correggersi:
“Però devo sopportare.”
Oppure:
“Non voglio farlo.”
ma poi:
“Una persona perbene dovrebbe.”
La rinuncia comincia quando il soggetto sacrifica il proprio giudizio a una teoria, un ideale o un comando.
Contri collega questo tema direttamente al “sacrificio dell’intelletto” e all’abbandono della propria competenza individuale.
Non è il limite della realtà
È importante distinguere la rinuncia patologica dal semplice riconoscimento di un limite.
Se non posso comprare una casa perché non ho il denaro necessario, non sto necessariamente rinunciando al mio pensiero.
Se invece penso:
“Potrei prendere un’iniziativa, ma non devo perché non sono il tipo di persona che fa queste cose”,
allora può essere entrata in gioco una teoria che mi impone di non utilizzare una possibilità reale.
La questione non è dunque ottenere sempre tutto.
È verificare se sto rinunciando perché la realtà pone un limite o perché un pensiero presupposto mi ordina di non muovermi.
La rinuncia può diventare patologica
In un lavoro del 2016, discutendo Freud, Contri osserva quanto possa diventare intollerabile essere costretti — o credersi costretti — a rinunciare al proprio pensiero. Il tema viene collegato al divieto di pensare e alla perdita della competenza individuale come fonte della legge.
La patologia, allora, può essere letta anche come una storia di progressiva rinuncia:
- rinuncia a giudicare;
- rinuncia a prendere iniziativa;
- rinuncia a verificare se un rapporto conviene;
- rinuncia a correggere una soluzione che produce danno.
Non perché il soggetto “non pensa”.
Ma perché arriva a pensare contro il proprio pensiero.
Gli ideali a cui paghiamo il prezzo
Contri usa un’immagine molto forte: parla delle rinunce come di un “pizzo” pagato a ideali presupposti.
Tra questi colloca esplicitamente l’Amore presupposto, la Sessualità, La Donna, La Madre e altri oggetti idealizzati. Secondo Contri, queste teorie possono produrre rinunce tanto nel pensiero quanto nella pratica, fino a danni concreti.
Questo collega direttamente la rinuncia ad alcune delle pagine che abbiamo già costruito:
L’amore presupposto
“Devo restare, perché se c’è amore non si abbandona.”
L’errore sessualità
“Devo desiderare questo perché sono uomo/donna.”
La legge
“Devo obbedire, quindi non devo più giudicare.”
La rinuncia è il punto in cui una teoria comincia a produrre una perdita reale.
Un esempio quotidiano
Una persona riceve una buona proposta di lavoro.
La desidera.
È competente.
Non ci sono ostacoli oggettivi insuperabili.
Ma pensa:
“Non posso lasciare i miei genitori soli.”
Nessuno glielo ha chiesto.
I genitori sono autonomi.
Eppure la persona considera la propria rinuncia una prova di bontà.
La domanda analitica non sarà:
“Devi accettare quel lavoro.”
Sarà:
“Chi ha stabilito che per essere una buona figlia tu debba rinunciare?”
Qui il punto non è scegliere il lavoro invece della famiglia.
È recuperare il giudizio sulla propria decisione.
Rinuncia e angoscia
La rinuncia non produce necessariamente tranquillità.
Al contrario, può essere accompagnata da angoscia, risentimento e ostilità proprio perché il soggetto ha sacrificato qualcosa senza averlo realmente giudicato.
Contri collega più volte la rinuncia a ideali presupposti con l’angoscia e con il danno prodotto dall’obbedienza cieca.
Questo spiega un fenomeno frequente:
una persona dice di avere “scelto” di sacrificarsi, ma passa poi anni a presentare il conto agli altri.
La rinuncia non ha concluso il rapporto.
Ha costruito un credito immaginario.
Rinuncia non è desiderio
Un altro equivoco consiste nel pensare che crescere significhi imparare a rinunciare ai desideri.
La questione, per Contri, è molto più precisa.
Non è il desiderio in quanto tale a dover essere sacrificato.
Il problema è se il soggetto mantenga la propria capacità di pensare una meta, giudicare i mezzi e utilizzare l’apporto di altri per arrivare a soddisfazione.
Per questo la rinuncia si collega direttamente al Pensiero di natura: rinunciare al pensiero significa rinunciare alla propria competenza nel costruire la legge del proprio moto.
Perché è utile nella vita quotidiana
La domanda da porsi non è semplicemente:
“A cosa ho rinunciato?”
ma:
“Perché ho rinunciato?”
Era impossibile?
Non mi interessava più?
Ho giudicato che non convenisse?
Oppure ho obbedito a una teoria che mi diceva che non avevo diritto a pensare diversamente?
Questa distinzione separa una decisione da una rinuncia patologica.
Quando si rinuncia nel lavoro
Una persona può continuare per anni a sopportare un lavoro insoddisfacente considerandolo inevitabile, senza più distinguere ciò che realmente non può modificare da ciò a cui ha rinunciato prima ancora di tentare.
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Il secondo approfondimento affronta il rapporto tra Freud, rinuncia pulsionale, civiltà e sacrificio, permettendo di distinguere il limite reale dalla rinuncia al proprio pensiero.
Fonti principali
Giacomo B. Contri, “A che cosa rinunciamo?”, 9 novembre 2012. È una fonte particolarmente importante perché Contri formula esplicitamente la rinuncia come rinuncia al pensiero profittevole.
Giacomo B. Contri, “Il pizzo alla mafia celeste”, 5 dicembre 2007. Qui collega le rinunce agli ideali presupposti e ai danni prodotti dall’obbedienza a essi
Percorso collegato
Questo contenuto fa parte di Giacomo B. Contri.
Approfondimenti
Il pensiero di natura, L’amore presupposto, La legge secondo Giacomo B. Contri e Psicopatologia quotidiana.