L’angoscia può comparire anche quando apparentemente non sta accadendo nulla.
Il cuore accelera, il corpo si tende, il pensiero cerca un pericolo. Eppure non sempre sappiamo dire con precisione:
“Ho paura di questo.”
È proprio questa difficoltà a individuare l’oggetto che rende l’angoscia diversa dalla paura.
Per la psicoanalisi, però, l’angoscia non è semplicemente un disturbo da eliminare. Può essere anche un segnale: qualcosa sta accadendo nel rapporto tra la persona, i suoi desideri e la realtà.
Angoscia, paura e ansia sono la stessa cosa?
Nel linguaggio quotidiano usiamo spesso queste parole come sinonimi.
Ma possiamo fare una distinzione utile.
La paura tende ad avere un oggetto riconoscibile:
“Ho paura di quel cane.”
“Ho paura di perdere il lavoro.”
“Ho paura di quell’esame.”
Nell’angoscia, invece, il pericolo può essere molto meno chiaro.
La persona sente che qualcosa non va, ma non sa esattamente che cosa.
L’ansia è oggi il termine più utilizzato nel linguaggio psicologico e medico per descrivere molte condizioni caratterizzate da preoccupazione, tensione e attivazione corporea.
Freud utilizza invece il termine tedesco Angst, tradotto in italiano soprattutto con angoscia.
La distinzione terminologica è importante, ma ancora più importante è la domanda:
che cosa sta segnalando questa angoscia?
Freud e il problema dell’angoscia
Freud modifica nel corso del tempo la propria teoria.
Nelle prime formulazioni tende a collegare l’angoscia a una tensione che non riesce a trovare una soddisfazione adeguata.
Successivamente arriva a una concezione diversa e molto più interessante.
L’angoscia non sarebbe semplicemente il risultato passivo di qualcosa che è andato storto.
Può essere prodotta dall’Io come segnale di pericolo.
In altre parole, l’angoscia può funzionare come un allarme.
Il problema è capire:
pericolo di che cosa?
Non necessariamente di un pericolo esterno.
Può trattarsi anche del pericolo rappresentato da un desiderio, da una perdita, da una separazione, da un conflitto o da qualcosa che la persona non riesce ancora a pensare chiaramente.
L’angoscia secondo Freud
Freud dedica molta attenzione al problema dell’angoscia e modifica nel tempo la propria teoria.
In questo video approfondisco la nevrosi d’angoscia e il modo in cui Freud cerca di comprendere il rapporto tra tensione psichica, corpo e formazione dei sintomi.
Guarda il video: Cos’è la nevrosi d’angoscia secondo Freud
Quando il corpo suona l’allarme
Immaginiamo una persona che deve prendere una decisione importante.
Ha ricevuto una buona proposta di lavoro in un’altra città.
Razionalmente pensa:
“È esattamente quello che volevo.”
Eppure, quando arriva il momento di decidere, compaiono insonnia, agitazione, tachicardia.
La tentazione è pensare:
“Se provo tutta questa angoscia, significa che sto facendo la scelta sbagliata.”
Ma non è necessariamente così.
L’angoscia potrebbe comparire proprio perché quella decisione modifica qualcosa di importante: separarsi dalla famiglia, diventare più autonomi, rinunciare a una posizione conosciuta, assumersi una nuova responsabilità.
Il sintomo non ci dice automaticamente quale decisione prendere.
Ci segnala però che quella decisione tocca qualcosa di importante.
Dall’angoscia alla fobia
A volte un’angoscia difficile da localizzare finisce per trovare un oggetto preciso.
Una persona comincia ad avere paura di prendere l’aereo.
Di guidare.
Di entrare in un ascensore.
Di attraversare una piazza.
Di incontrare determinati animali.
La paura sembra allora avere finalmente una causa riconoscibile.
Questo meccanismo è particolarmente interessante nel celebre caso freudiano del Piccolo Hans.
Hans sviluppa una fobia dei cavalli.
Il cavallo diventa l’oggetto visibile di una paura che, secondo Freud, rimanda a un conflitto molto più complesso.
La fobia può quindi avere una funzione paradossale: permette di collocare fuori di sé un’angoscia che prima era molto più difficile da comprendere.
Il Piccolo Hans: quando l’angoscia diventa fobia
Nel celebre caso del Piccolo Hans, la paura dei cavalli diventa il punto attorno al quale si organizza un’angoscia molto più complessa. Il caso permette di vedere concretamente come Freud ragiona sulla formazione della fobia.
Link: Scopri il caso del Piccolo Hans
Evitare elimina davvero l’angoscia?
Quando qualcosa ci angoscia, la risposta più immediata è spesso evitarlo.
Se mi angoscia guidare, smetto di guidare.
Se mi angosciano i luoghi affollati, non ci vado.
Se mi angoscia parlare con una persona, interrompo il rapporto.
Nel breve periodo l’evitamento può produrre sollievo.
Ma c’è un problema.
La vita può cominciare progressivamente a restringersi.
Ciò che inizialmente sembrava una soluzione diventa una limitazione.
Per questo la domanda psicoanalitica non è soltanto:
“Come posso smettere di sentire angoscia?”
ma anche:
“Che cosa sta diventando impossibile per me a causa di questa angoscia?”
Angoscia, sintomo e inibizione
Freud dedica uno dei suoi testi più importanti proprio al rapporto tra inibizione, sintomo e angoscia.
Le tre cose non coincidono.
L’angoscia è un segnale.
Il sintomo può diventare una modalità attraverso cui viene affrontato un conflitto.
L’inibizione, invece, può limitare una funzione della persona: lavorare, studiare, amare, parlare, avere rapporti con gli altri.
Pensiamo a qualcuno perfettamente capace di parlare in pubblico che improvvisamente comincia a evitarlo.
Oppure a una persona che desidera una relazione ma, ogni volta che qualcuno si avvicina realmente, si ritira.
Dire semplicemente:
“È ansioso.”
non basta.
Bisogna capire che cosa diventa pericoloso proprio in quel momento.
Inibizione
L’angoscia può portare una persona a limitare o evitare attività che sarebbe perfettamente capace di svolgere. Quando una funzione dell’Io viene progressivamente ridInibizioneotta, Freud parla di inibizione.
Link: Scopri perché possiamo sentirci bloccati anche quando siamo capaci di agire
L’angoscia non è sempre il nemico
Questo è forse il punto più importante.
L’angoscia fa soffrire e, quando è intensa o persistente, può diventare profondamente limitante.
Ma trattarla soltanto come un errore del sistema nervoso da spegnere rischia di farci perdere una domanda importante.
A volte l’angoscia segnala che qualcosa nella vita del soggetto è diventato problematico.
Un rapporto.
Una decisione.
Una separazione.
Un desiderio.
Una richiesta alla quale non sappiamo più come rispondere.
La psicoanalisi non propone quindi di amare l’angoscia o di sopportarla passivamente.
Propone di interrogarla.
Che cosa possiamo domandarci?
Quando compare l’angoscia può essere utile provare a osservare non soltanto quanto è intensa, ma quando compare.
Che cosa stavo per fare?
Con chi stavo parlando?
Quale decisione stavo prendendo?
Che cosa sarebbe cambiato se avessi proseguito?
Talvolta il momento in cui compare l’angoscia dice molto più della sua intensità.
La domanda può allora cambiare.
Non soltanto:
“Come faccio a liberarmene?”
ma:
“Perché proprio qui?”
Quando l’angoscia arriva la domenica sera
A volte l’angoscia compare con una puntualità sorprendente: il fine settimana sta terminando e il pensiero del lunedì modifica improvvisamente l’umore. In quel caso può essere utile interrogare non soltanto l’ansia, ma il rapporto con il proprio lavoro.
Perché il lavoro può diventare qualcosa da subire
Per continuare
L’angoscia può trasformarsi in una paura legata a un oggetto preciso e contribuire alla costruzione di una fobia.
Il caso del Piccolo Hans è uno degli esempi più famosi attraverso cui Freud mostra come una paura apparentemente semplice possa aprire la strada alla comprensione di un conflitto molto più complesso.
Continua il percorso: Angoscia → Fobia → Piccolo Hans
Fonti per approfondire
Sigmund Freud, Inibizione, sintomo e angoscia (1926)
È il testo fondamentale per comprendere la teoria matura dell’angoscia. Freud rivede la propria concezione precedente e approfondisce il rapporto tra angoscia, pericolo, rimozione, sintomo e funzionamento dell’Io.
Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi, Lezione XXV: “L’angoscia” (1916-1917)
Permette di seguire una fase precedente del pensiero freudiano e di comprendere come la teoria dell’angoscia si sia modificata nel corso degli anni.
Sigmund Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Il piccolo Hans) (1909)
Il celebre caso del Piccolo Hans mostra concretamente il rapporto tra angoscia e formazione della fobia.