Che cosa sono transfert e controtransfert?

Risposta essenziale

Il transfert è il modo in cui, nel rapporto analitico, il soggetto rivolge all’analista attese, domande, giudizi e soluzioni già attivi nei propri rapporti. Il controtransfert riguarda invece le reazioni dell’analista suscitate da quel rapporto: devono essere riconosciute e trattate affinché non sostituiscano il lavoro e il giudizio del soggetto.

Che cos’è il transfert?

Il transfert non consiste soltanto nel provare sentimenti verso l’analista. Nel rapporto analitico diventano attuali domande, attese, timori e modalità di giudizio che il soggetto ha già costruito nei rapporti con altri.

Questa attualizzazione permette di osservare come il soggetto organizzi un rapporto: che cosa domanda, quale risposta anticipa, quale posto attribuisce all’altro e quali conclusioni tende a ripetere. Il transfert diventa così materiale del lavoro analitico.

Freud riconobbe nel transfert non un ostacolo accidentale, ma uno dei materiali decisivi del lavoro analitico.

Ripetizione e transfert

Freud mostra che il transfert non è soltanto qualcosa da interpretare: può diventare il luogo in cui il soggetto ripete nel presente modalità di rapporto che non riesce ancora a ricordare o riconoscere come tali.
Approfondisci il rapporto tra ripetizione, transfert e rielaborazione

Che cos’è il controtransfert?

Con controtransfert si indicano le reazioni affettive, associative e giudicanti che si producono nell’analista nel corso del rapporto. Queste reazioni possono dipendere dalla posizione assunta dal paziente, ma anche dalla storia, dalle attese e dalle soluzioni personali dell’analista.

Il controtransfert non costituisce automaticamente una conoscenza attendibile del soggetto. L’analista deve riconoscere e trattare le proprie reazioni affinché non diventino consigli, giudizi morali o risposte personali che ostacolano il lavoro analitico.

Come si manifesta il transfert?

  • si attende dall’analista una risposta già immaginata;
  • un silenzio viene interpretato come rifiuto, disinteresse o approvazione;
  • si cerca di compiacere l’analista oppure di metterlo continuamente alla prova;
  • si attribuisce all’analista un sapere completo sulla propria vita;
  • si teme che esprimere un disaccordo possa compromettere il rapporto;
  • si ripropone la stessa domanda senza considerare le risposte già emerse;
  • si tenta di assegnare all’analista un ruolo già presente in altri rapporti.

Queste manifestazioni non sono semplici ostacoli da eliminare. Possono rendere osservabile il modo in cui il soggetto costruisce una domanda, anticipa la risposta dell’altro e organizza il rapporto. Il lavoro analitico consiste nel riconoscere e giudicare questi nessi, senza trasformare l’analista nel personaggio che il transfert gli attribuisce.

Un esempio: attendere dall’analista una sentenza

Una persona racconta una decisione difficile e attende che l’analista le dica quale sia la scelta corretta. Quando non riceve una prescrizione, interpreta il silenzio come disinteresse oppure come disapprovazione.

Nel transfert diventa così osservabile una soluzione già presente in altri rapporti: attribuire all’altro l’autorità di formulare il giudizio decisivo e rinunciare preventivamente al proprio.

L’analista può avvertire l’impulso a rassicurare, consigliare o decidere al posto della persona. Riconoscere questa reazione gli permette di non trasformarla in una risposta personale e di mantenere aperto il lavoro sul giudizio del soggetto.

Che cosa non sono transfert e controtransfert?

  • il transfert non è soltanto simpatia, affetto o ostilità verso l’analista;
  • non è un errore da eliminare prima che l’analisi possa cominciare;
  • non dimostra che l’analista conosca già la soluzione della vita del soggetto;
  • non trasforma il rapporto analitico in una relazione personale reciproca;
  • il controtransfert non è una prova immediata di ciò che il paziente pensa o desidera;
  • non autorizza l’analista a consigliare, rassicurare o giudicare sulla base delle proprie emozioni;
  • non deve sostituire l’ascolto e il lavoro sulle parole del soggetto.

Il transfert rende attuali nel rapporto analitico soluzioni e domande del soggetto; il controtransfert segnala invece che anche l’analista può essere coinvolto con proprie reazioni. I due termini non indicano fenomeni equivalenti né perfettamente speculari. La posizione dell’analista richiede che le proprie reazioni non vengano trasformate nella misura del paziente o nella guida della cura.

Come viene trattato il transfert nell’analisi?

L’analista non asseconda automaticamente il ruolo che il soggetto gli attribuisce e non tenta neppure di cancellare il transfert. Lo considera un materiale attraverso il quale possono diventare riconoscibili domande, attese e conclusioni già operative in altri rapporti.

L’intervento analitico mira a rendere giudicabile ciò che nel transfert tende a presentarsi come inevitabile: per esempio l’attesa di una sentenza, la previsione di un rifiuto o la ricerca di un’approvazione senza condizioni.

Trattare il transfert significa favorire il lavoro del soggetto senza sostituirsi al suo giudizio. Parallelamente, l’analista deve esaminare le proprie reazioni affinché non diventino consigli, risposte personali o ostacoli alla cura.

Quale vantaggio produce riconoscere il transfert?

Riconoscere il transfert permette al soggetto di non considerare automaticamente le proprie attese e interpretazioni come qualità oggettive dell’analista. Ciò che accade nel rapporto può diventare materiale da esaminare e giudicare.

Il soggetto può osservare come formula una domanda, quale risposta anticipa e quale posto attribuisce all’altro. Questo lavoro rende possibile distinguere una risposta effettivamente ricevuta da una conclusione già costruita e ri-prendere iniziativa nei rapporti.

Per l’analista, riconoscere le proprie reazioni permette di non usarle come prova della verità sul paziente. Il vantaggio consiste nel preservare il lavoro analitico da consigli, giudizi personali e risposte che sostituirebbero la competenza del soggetto.

Domande frequenti

Il transfert esiste soltanto nella psicoanalisi?

No. Attese, interpretazioni e modalità già costruite possono riapparire in molti rapporti. Nella psicoanalisi il transfert assume però una funzione specifica, perché ciò che si attualizza nel rapporto con l’analista può diventare materiale di lavoro.

Provare affetto o irritazione verso l’analista significa essere in transfert?

Affetto e irritazione possono farne parte, ma il transfert non si riduce alle emozioni provate. Occorre considerare quale domanda venga rivolta all’analista, quale risposta gli venga attribuita e quale soluzione relazionale si stia riproponendo.

Le reazioni dell’analista gli rivelano automaticamente la verità sul paziente?

No. Una reazione dell’analista può dipendere dal rapporto in corso, ma anche dalle sue attese e soluzioni personali. Deve quindi essere riconosciuta e trattata, non assunta immediatamente come conoscenza attendibile del soggetto.

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Questo contenuto fa parte di Metodo e pratica psicoanalitica.

Fonti primarie essenziali

  • Sigmund Freud, Le prospettive future della terapia psicoanalitica, in Opere di Sigmund Freud — OSF, a cura di Cesare L. Musatti, Boringhieri/Bollati Boringhieri.
  • Sigmund Freud, Dinamica della traslazione, in Opere di Sigmund Freud — OSF, a cura di Cesare L. Musatti, Boringhieri/Bollati Boringhieri.
  • Sigmund Freud, Osservazioni sull’amore di traslazione, in Opere di Sigmund Freud — OSF, a cura di Cesare L. Musatti, Boringhieri/Bollati Boringhieri.
  • Jacques Lacan, Il Seminario. Libro VIII. Il transfert, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi.
  • Giacomo B. Contri, Il pensiero di natura. Dalla psicoanalisi al pensiero giuridico, terza edizione, Sic Edizioni.

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