Il caso di Anna O. è uno dei racconti più famosi della storia della psicoanalisi.
Ma occorre cominciare correggendo un equivoco molto diffuso:
Anna O. non fu una paziente di Sigmund Freud.
Fu curata dal medico viennese Josef Breuer tra il 1880 e il 1882.
Anni dopo Breuer pubblicò il caso negli Studi sull’isteria, il libro scritto insieme a Freud e apparso nel 1895.
Per questo Anna O. appartiene alle origini della psicoanalisi, ma non è propriamente un “caso clinico di Freud”.
È piuttosto uno dei casi attraverso cui comincia a emergere una scoperta destinata a trasformare il modo di pensare il sintomo:
un sintomo corporeo può avere una storia.
Chi era Anna O.?
Anna O. era lo pseudonimo utilizzato per Bertha Pappenheim.
Quando si ammalò aveva ventun anni.
Breuer la descrive come una giovane donna particolarmente intelligente, dotata di immaginazione, sensibilità e notevole capacità critica.
La sua vita familiare era però molto limitata rispetto alle sue possibilità intellettuali.
Breuer racconta che coltivava intensamente fantasie e rêverie che lei stessa chiamava una sorta di “teatro privato”.
Nel 1880 suo padre si ammalò gravemente.
Anna si dedicò con grande intensità alla sua assistenza.
Proprio durante questo periodo cominciarono a comparire i sintomi.
Un corpo che sembra parlare
Il quadro clinico diventò progressivamente molto complesso.
Comparvero, in momenti diversi:
paralisi e contratture degli arti;
disturbi della vista;
difficoltà nel parlare;
tosse nervosa;
allucinazioni;
alterazioni dello stato di coscienza;
difficoltà a mangiare e bere.
Breuer descrive anche periodi nei quali Anna sembrava alternare due differenti stati di coscienza.
Alcuni sintomi non trovavano una spiegazione anatomica sufficiente.
Ed è qui che il caso comincia a diventare interessante per la futura psicoanalisi.
Il corpo non viene più considerato soltanto come un organismo che si guasta.
Diventa possibile domandarsi:
che rapporto esiste tra un sintomo corporeo e ciò che una persona ha vissuto?
Il bicchiere d’acqua
Uno degli episodi più celebri riguarda l’impossibilità di bere.
Per un certo periodo Anna soffrì di una grave avversione per l’acqua.
Aveva sete, ma non riusciva a bere.
Durante uno degli stati in cui Breuer la faceva parlare, emerse un ricordo.
Anna ricordò di avere visto il cane di una donna che detestava bere da un bicchiere.
La scena le aveva provocato disgusto e rabbia, ma non aveva espresso ciò che provava.
Quando riuscì a raccontare nuovamente la scena e l’affetto collegato ad essa, il sintomo si modificò.
Questo episodio diventa emblematico del metodo utilizzato da Breuer:
ricostruire la situazione nella quale un sintomo era comparso e permettere che venisse nuovamente espressa l’esperienza affettiva collegata.
Non significa che ogni sintomo corporeo nasconda necessariamente un ricordo traumatico.
Significa qualcosa di metodologicamente più importante:
prima di dichiarare un sintomo privo di senso, vale la pena interrogare la storia nella quale è comparso.
La “talking cure”
Fu la stessa Anna O. a dare un nome particolare a ciò che accadeva durante questi colloqui.
Lo chiamò:
talking cure
e anche:
chimney sweeping, cioè “pulizia del camino”.
Parlando, raccontando immagini, fantasie e ricordi collegati ai sintomi, Anna sperimentava in alcuni momenti un sollievo.
Da queste osservazioni nasce quello che Breuer e Freud chiameranno successivamente metodo catartico.
L’idea iniziale era che determinate esperienze accompagnate da un forte affetto, ma non adeguatamente espresse o elaborate, potessero continuare a produrre conseguenze sotto forma di sintomo.
Rievocare l’esperienza e permettere nuovamente l’espressione dell’affetto poteva modificare il sintomo.
È un passaggio storico decisivo.
Ma non siamo ancora davanti alla psicoanalisi come Freud la svilupperà successivamente.
Anna O. inventò la psicoanalisi?
No.
Ma senza Anna O. sarebbe difficile raccontare la nascita del metodo psicoanalitico.
Breuer utilizzava ancora ampiamente ipnosi, stati di coscienza alterati e metodo catartico.
Freud, negli anni successivi, abbandonerà progressivamente l’ipnosi.
Al suo posto svilupperà un’altra tecnica:
le libere associazioni.
Il paziente non deve essere messo in uno stato ipnotico.
Viene invitato invece a dire ciò che gli passa per la mente, anche quando sembra irrilevante, imbarazzante, assurdo o privo di collegamento.
Il passaggio è quindi:
ipnosi e catarsi → parola → libere associazioni → metodo psicoanalitico.
Anna O. si trova all’inizio di questo percorso, non alla sua conclusione.
Il sintomo ha una storia
È questa la lezione più importante che possiamo conservare dal caso.
Un sintomo può apparire assurdo se viene osservato isolatamente.
Una paralisi.
Una tosse.
L’impossibilità di bere.
Una difficoltà improvvisa nel parlare.
Se però ricostruiamo quando è comparso, in quali circostanze, con quali pensieri, con quali rapporti e con quali affetti, il quadro può cambiare.
Nel resoconto di Breuer, ad esempio, alcuni disturbi della vista vengono ricondotti a situazioni vissute accanto al padre malato; in un altro episodio, l’impossibilità di esprimere una risposta durante un conflitto viene collegata successivamente a uno spasmo della glottide.
Il sintomo non viene quindi trattato semplicemente come un errore dell’organismo.
Diventa un fenomeno che può essere ricostruito dentro una storia personale.
Corpo e vita psichica
Nel video dedicato ad Anna O. utilizzo il caso anche per introdurre una questione che diventerà centrale nell’opera di Freud:
il rapporto tra corpo e vita psichica.
La psicoanalisi non afferma che “tutto è psicologico”.
E non afferma che una malattia organica possa essere ignorata.
La distinzione è essenziale.
Quando esiste una possibile causa medica, questa deve essere indagata.
Ma esistono fenomeni nei quali il funzionamento corporeo entra in rapporto con rappresentazioni, affetti, conflitti e storia del soggetto.
È proprio l’isteria a costringere Freud e Breuer a interrogare questo confine.
Il corpo può diventare il luogo nel quale qualcosa della vita psichica acquista una forma visibile.
La morte del padre
Il rapporto di Anna con il padre costituisce lo sfondo fondamentale dell’intera vicenda.
Anna gli era profondamente legata.
Durante la sua grave malattia lo assistette intensamente, fino a quando le sue stesse condizioni di salute non glielo permisero più.
Il padre morì nell’aprile del 1881.
Breuer descrive un grave peggioramento delle condizioni della giovane dopo questa perdita.
Ancora una volta non dobbiamo costruire una formula semplicistica:
“muore il padre, quindi compaiono i sintomi”.
La questione è più complessa.
L’interesse clinico consiste nel ricostruire come malattia del padre, assistenza, desideri, fantasie, affetti e sintomi entrino progressivamente in relazione tra loro.
Una cura ottenuta semplicemente parlando?
Anche qui è necessaria prudenza.
La storia di Anna O. è stata spesso raccontata come una favola delle origini:
la paziente parla, scopre il ricordo traumatico e guarisce.
La realtà storica è più complessa.
Lo stesso resoconto di Breuer mostra un trattamento lungo, attraversato da miglioramenti, ricadute e molteplici sintomi.
Alla fine del caso Breuer scrive che era necessario ancora del tempo perché la paziente recuperasse pienamente il proprio equilibrio.
Le ricostruzioni storiche successive hanno inoltre discusso quanto la conclusione della cura sia stata davvero lineare.
Per questo non utilizziamo Anna O. per sostenere che:
“basta parlare per guarire”.
Il punto è un altro:
la parola può diventare uno strumento di indagine e di lavoro sul sintomo.
Ed è da questa scoperta che prenderà avvio una parte fondamentale della storia della psicoanalisi.
Da Anna O. a Freud
Freud non curò Anna O.
Ma ascoltò da Breuer il racconto di questo caso e ne comprese la straordinaria importanza.
Negli anni successivi Freud modificherà profondamente il metodo.
Abbandonerà progressivamente l’ipnosi.
Metterà al centro le resistenze.
Svilupperà le libere associazioni.
Scoprirà il transfert.
E arriverà a formulare una teoria dell’inconscio molto più ampia di quella implicata inizialmente nel metodo catartico.
Per questo Anna O. occupa una posizione singolare:
non è ancora la psicoanalisi, ma rende possibile una delle strade attraverso cui la psicoanalisi nascerà.
Che cosa insegna ancora oggi Anna O.?
Il caso pone almeno una domanda che rimane attuale:
che cosa facciamo quando un sintomo sembra non avere senso?
Possiamo cercare soltanto di eliminarlo.
Oppure possiamo anche interrogarlo.
Quando è comparso?
Che cosa stava accadendo?
Quali rapporti erano in gioco?
Che cosa non riusciva a essere pensato, detto o giudicato?
Questo non significa romanticizzare il sintomo.
La sofferenza rimane sofferenza.
Significa però riconoscere che, in alcuni casi, eliminare un fenomeno senza comprenderne la logica può lasciare intatto il problema che lo ha reso possibile.
La scoperta inaugurata da Breuer e sviluppata successivamente da Freud è proprio questa:
la sofferenza psichica può essere trattata anche attraverso la parola dentro un rapporto.
Guarda il video
Il Caso Anna O.: Il Segreto che Ha Sconfitto Freud (e Spiega il tuo Sintomo)
Nel video ricostruisco il caso di Anna O. e utilizzo questa storia per mostrare come, alle origini della psicoanalisi, cominci a emergere l’idea che il sintomo corporeo possa essere interrogato come parte della vita psichica.
Un approfondimento sul metodo
Libere Associazioni: il metodo di Freud che la psicoterapia ha dimenticato
Il caso Anna O. appartiene ancora alla fase del metodo catartico e dell’ipnosi. Questo video permette di seguire il passaggio successivo verso il metodo propriamente freudiano delle libere associazioni.
Fonte principale
Josef Breuer, “Fräulein Anna O.”, in Josef Breuer e Sigmund Freud, Studi sull’isteria, 1895.
Il resoconto clinico di Anna O. è scritto da Breuer.
È importante mantenerlo esplicito perché permette di distinguere il caso originario dalle successive elaborazioni freudiane.
Alcuni punti della pagina sono direttamente confermati dal resoconto di Breuer: Anna aveva 21 anni, assisteva intensamente il padre malato e presentò disturbi visivi, paralisi, contratture, alterazioni della parola e stati differenti di coscienza. Breuer riferisce inoltre che diversi sintomi venivano ricostruiti attraverso situazioni specifiche e che, nel suo resoconto, alcuni scomparivano dopo la rievocazione della prima circostanza in cui erano comparsi.
Il nostro archivio contiene inoltre uno script dedicato alle libere associazioni che parte esplicitamente da Anna O. e distingue il metodo ipnotico-catartico di Breuer dal successivo metodo freudiano; quindi il collegamento al secondo video non è ornamentale ma strutturale.
Percorsi collegati
Questo contenuto fa parte di Sigmund Freud e del percorso sulle origini della psicoanalisi.
Approfondisci anche:
Che cos’è davvero la psicoanalisi?
Per seguire il passaggio dal metodo catartico alla tecnica psicoanalitica.
Il caso Dora
Per vedere come, alcuni anni più tardi, Freud affronta direttamente un caso di isteria e incontra il problema del transfert.
Il Piccolo Hans
Un altro caso fondamentale, nel quale il sintomo viene ricostruito dentro una rete di parole, rapporti e paure.