Trauma psichico

Oggi la parola trauma viene utilizzata per indicare esperienze molto diverse.

Un abbandono.

Un tradimento.

Una violenza.

Una perdita.

Una frase ricevuta nell’infanzia.

Una relazione difficile.

Ma per la psicoanalisi non basta dire:

“È successo qualcosa di doloroso, quindi quello è il trauma.”

Due persone possono attraversare esperienze simili e produrre conseguenze psichiche molto differenti.

La domanda diventa allora:

che cosa rende traumatica un’esperienza?

E soprattutto:

perché qualcosa che appartiene al passato può continuare ad agire nel presente?

Il trauma non coincide semplicemente con l’evento

Un evento può essere terribile.

Ma l’evento e il trauma psichico non sono esattamente la stessa cosa.

L’evento è ciò che accade.

Il trauma riguarda anche ciò che quell’esperienza produce nella vita psichica e il modo in cui può rimanere non elaborata, ritornare o organizzare successivamente sintomi, paure e comportamenti.

Per questo una domanda psicoanalitica non è soltanto:

«Che cosa ti è successo?»

È anche:

«Che cosa è accaduto dentro la tua vita dopo ciò che ti è successo?»

Non conta soltanto ciò che accade

Un evento non acquista significato psichico nel vuoto.

Conta anche come viene interpretato, quali parole lo accompagnano e quale conclusione una persona ricava da ciò che le è successo.

Questo è particolarmente importante nell’infanzia.

Un bambino non dispone ancora di tutti gli strumenti necessari per giudicare ciò che gli adulti gli dicono.

Può quindi assumere come vera una spiegazione ricevuta dall’altro e costruire su quella spiegazione una teoria sul mondo, su di sé o sui rapporti.

Nel video utilizzo per questo l’espressione:

“teoria traumatica”.

Non è una definizione tecnica di Freud.

È un modo divulgativo per indicare una convinzione che, nata dentro un rapporto, può continuare successivamente a orientare il pensiero e il comportamento.

La domanda diventa allora:

non soltanto “che cosa mi è successo?”, ma “che cosa ho imparato a pensare dopo ciò che mi è successo?”

Freud e il trauma

Il trauma occupa una posizione importante fin dagli inizi della psicoanalisi.

Negli Studi sull’isteria, Breuer e Freud cercano di comprendere perché determinate esperienze possano continuare a produrre conseguenze molto tempo dopo che sono accadute.

Freud modificherà più volte la propria teoria nel corso degli anni.

Per questo sarebbe scorretto attribuirgli una definizione unica e immutabile del trauma.

Nel video utilizzo anche parole come “inganno”, “falsità” e “teoria traumatica”.

Queste espressioni non sono definizioni letterali di Freud.

Sono una mia formulazione divulgativa per mettere a fuoco un problema particolare:

una persona può rimanere vincolata non soltanto a ciò che le è accaduto, ma anche a una teoria falsa o patologica che ha imparato a utilizzare per interpretare ciò che le è accaduto.

Nella prospettiva freudiana rimane invece centrale comprendere come un’esperienza sia stata trattata psichicamente e perché continui eventualmente a produrre effetti nel presente,

come quell’esperienza è stata trattata psichicamente;

che cosa non è stato possibile elaborare;

che cosa continua a ritornare;

quali soluzioni sono state costruite successivamente.

Quando un’esperienza è troppo

In Al di là del principio di piacere Freud utilizza anche un modello economico.

Un’esperienza può diventare traumatica quando produce una quantità di eccitazione che l’apparato psichico non riesce a trattare adeguatamente.

Possiamo dirlo in termini più semplici:

succede qualcosa per cui, in quel momento, non abbiamo ancora una risposta sufficiente.

L’esperienza non viene semplicemente archiviata come un ricordo.

Rimane in qualche modo attiva.

Può tornare attraverso sogni, angoscia, evitamenti, ripetizioni o sintomi.

Questo non significa che ogni sofferenza sia necessariamente un trauma.

Significa che alcune esperienze possono superare, in un determinato momento, la possibilità del soggetto di elaborarle.

Quando una frase diventa una teoria

Non sono soltanto gli eventi eccezionali a poter lasciare conseguenze.

Anche una frase apparentemente banale può diventare importante se modifica il modo in cui un bambino comincia a giudicare se stesso o il mondo.

Nel video chiamo queste formulazioni:

“frasi malate”.

Anche questa non è una categoria diagnostica.

È un’espressione divulgativa.

Il problema non è che esistano parole magicamente capaci di traumatizzare.

Il problema è la teoria che una persona può ricavare da quelle parole.

Prendiamo una frase come:

«Non sei portato per la matematica.»

Può essere dimenticata pochi minuti dopo.

Oppure può diventare:

«Io non sono capace di capire certe cose.»

E anni dopo la persona può evitare studi, esami o lavori nei quali quella convinzione potrebbe essere messa alla prova.

La frase è finita.

La teoria costruita su quella frase continua invece ad agire.

Lo stesso può accadere con:

«La scuola non fa per te.»

«Tu sei violento.»

«Alla mamma non si dice.»

Una descrizione occasionale può trasformarsi in una definizione della persona.

Un giudizio ricevuto può diventare una legge.

Una proibizione può trasformarsi nella convinzione che esistano rapporti nei quali non sia permesso giudicare.

Il lavoro analitico non consiste quindi nel cercare ossessivamente “la frase traumatica” nascosta nell’infanzia.

Consiste nel riconoscere quali teorie continuano oggi a organizzare il pensiero e l’azione.

Due esempi

«Mangia che ti fa bene.» (l’esempio è di Giacomo Contri)

Una frase del genere non è traumatica in sé.

Ma può diventare problematica se il bambino impara progressivamente che il proprio piacere, il proprio gusto e il proprio giudizio non contano.

Il rapporto con il cibo può allora spostarsi da:

«mi piace / non mi piace»

a:

«devo farlo perché qualcuno sa meglio di me ciò che è bene per me».

Il punto non è il cibo.

È la possibile sostituzione del proprio giudizio con un comando esterno.


Un altro esempio riguarda una bambina alla quale viene detto, davanti alla richiesta di indossare un bikini:

«Non ne hai bisogno.»

Una frase apparentemente semplice può generare domande molto più ampie.

Perché qualcun altro invece ne avrebbe bisogno?

Che cosa dovrebbe essere nascosto?

C’è qualcosa che non va nel mio corpo?

Ancora una volta non esiste un automatismo:

quella frase non produce necessariamente un trauma.

Ci interessa la conclusione che quella particolare persona può averne ricavato e il modo in cui tale conclusione può continuare successivamente a orientarne il pensiero.

Il trauma non è sempre immediatamente evidente

C’è un altro elemento molto importante nella scoperta freudiana.

Un’esperienza può acquisire un significato traumatico anche successivamente.

Quando accade qualcosa, possiamo non comprenderne pienamente la portata.

Anni dopo, nuove esperienze possono modificare il significato di ciò che era accaduto prima.

Il passato, quindi, non è semplicemente conservato come una fotografia.

Viene continuamente riletto dal presente.

Per questo una frase ricevuta da bambini può diventare molto più importante quando, anni dopo, acquista un significato che allora non potevamo ancora formulare.

Il passato non ci condanna automaticamente

Dire che un’esperienza ha lasciato una traccia non significa affermare che determinerà per sempre la vita di una persona.

Questo è uno dei rischi dell’uso contemporaneo della parola trauma.

Una persona può arrivare a pensare:

«Sono così perché mi è successo questo.»

L’evento diventa allora una spiegazione totale.

Ma una spiegazione totale rischia anche di diventare una condanna.

La psicoanalisi introduce una domanda differente:

che cosa hai fatto — necessariamente, inconsapevolmente, magari senza alternative migliori — per trattare ciò che ti è accaduto?

Questa domanda non attribuisce la colpa alla vittima.

Distingue invece due cose:

ciò che qualcuno ha subito

e

le soluzioni che successivamente ha costruito per riuscire a vivere.

Ed è proprio sulle seconde che può diventare possibile lavorare.

Un esempio semplice

Immaginiamo un bambino ripetutamente umiliato quando prende un’iniziativa.

Ogni volta che prova qualcosa di nuovo viene deriso.

Anni dopo è adulto.

Nessuno lo sta più deridendo.

Eppure, davanti a una nuova possibilità di lavoro, pensa:

«Meglio non espormi.»

Oppure:

«Prima devo essere assolutamente sicuro.»

Oppure ancora:

«Non sono abbastanza bravo.»

L’umiliazione appartiene al passato.

Ma una soluzione costruita allora continua a funzionare nel presente:

non prendere iniziativa per evitare una nuova umiliazione.

Il problema attuale non è quindi semplicemente ricordare ciò che è accaduto.

È riconoscere che una vecchia soluzione continua a essere applicata a una situazione nuova.

Trauma e fissazione

Qui il trauma incontra un altro concetto freudiano:

la fissazione.

Una persona può rimanere fissata a un particolare modo di rispondere.

Non perché desideri soffrire.

Ma perché quella risposta, in un certo momento, ha rappresentato una soluzione possibile.

Esempio:

«Se non mi fido di nessuno, nessuno potrà più tradirmi.»

La soluzione può avere avuto una logica.

Ma ciò che proteggeva allora può diventare costoso oggi.

Per questo il lavoro analitico non consiste nel dire semplicemente:

«Devi lasciarti il passato alle spalle.»

Una frase del genere non risolve nulla.

Occorre capire che cosa del passato continua a organizzare il presente.

Trauma e ripetizione

Freud incontra anche un fenomeno apparentemente paradossale.

Una persona può riprodurre situazioni che le procurano sofferenza.

Sceglie partner simili.

Ricrea gli stessi conflitti.

Si trova nuovamente nella stessa posizione.

Rimette in scena qualcosa che sostiene di voler evitare.

È uno dei punti in cui trauma e coazione a ripetere possono incontrarsi.

Il passato non ritorna necessariamente come ricordo.

Può ritornare come azione.

Per questo una persona può dire:

«So perfettamente che questa situazione mi fa male.»

e contemporaneamente continuare a riprodurla.

Sapere non basta.

Occorre rendere osservabile la logica della ripetizione.

Collega qui Perché ripetiamo?

Il Piccolo Hans: quando una risposta dell’adulto diventa una teoria

Il caso del Piccolo Hans offre un esempio particolarmente interessante.

Hans sta cercando di comprendere le differenze tra i corpi.

Domanda alla madre se anche lei possiede quello che lui chiama il suo fa-pipì.

La madre risponde affermativamente.

Il bambino dispone così di un’informazione proveniente proprio dall’adulto del quale si fida per orientarsi.

Nel video interpreto questo passaggio come l’introduzione di una teoria falsa:

i corpi sarebbero tutti costruiti nello stesso modo.

Quando successivamente l’esperienza mette in crisi questa teoria, Hans deve affrontare un problema che non è soltanto anatomico.

Deve rivedere qualcosa che aveva assunto come vero.

È importante però non trasformare questo episodio in una formula automatica:

“la madre mente e quindi provoca la fobia”.

Il caso è molto più complesso.

Freud ricostruisce la fobia di Hans dentro una rete molto più ampia di curiosità sessuale, nascita della sorella, rapporto con i genitori, desideri, paure e fantasie.

L’episodio ci interessa perché mostra un principio più generale:

anche le parole dell’altro diventano materiale con cui un bambino costruisce le proprie teorie sul mondo.

E quando una teoria non funziona più, il soggetto deve trovare il modo di correggerla.

Vedi anche: Il Piccolo Hans

“Trauma” non significa automaticamente PTSD

È utile distinguere anche il linguaggio psicoanalitico da quello diagnostico contemporaneo.

Il disturbo da stress post-traumatico è una specifica categoria diagnostica.

Il concetto psicoanalitico di trauma psichico è più ampio e appartiene a una storia teorica differente.

Non tutte le persone che hanno vissuto un’esperienza traumatica sviluppano un disturbo da stress post-traumatico.

E non ogni difficoltà psicologica deve essere spiegata mediante un trauma.

Usare la parola trauma per qualsiasi sofferenza rischia di renderla così ampia da non spiegare più nulla.

Come si lavora su un trauma?

Il primo passaggio non consiste necessariamente nel cercare un grande avvenimento nascosto nel passato.

Può essere più utile partire dal presente.

Dove mi sento bloccato?

Dove reagisco come se non avessi alternative?

Dove compare continuamente un “vorrei, ma non posso”?

Da qui può diventare possibile ricostruire la storia di quel blocco.

A volte emergono eventi importanti.

Altre volte emergono parole, giudizi ricevuti, interpretazioni e teorie che una persona ha adottato molto tempo prima.

Nel video propongo quattro passaggi:

riconoscere il blocco;

ricostruirne la storia;

metterlo in parola dentro un rapporto;

lavorare analiticamente sulle teorie che continuano a sostenerlo.

Ma occorre aggiungere una precisazione.

Non si tratta di cercare da soli una frase infantile e dichiarare:

«Ecco il mio trauma.»

Questo rischierebbe di costruire semplicemente un’altra teoria.

Il lavoro analitico richiede tempo proprio perché una convinzione patologica non viene corretta semplicemente sostituendola con una frase positiva.

Una persona può sapere perfettamente:

«Non è vero che non sono capace.»

e continuare tuttavia ad agire come se lo fosse.

La cura diventa allora un lavoro attraverso il quale ciò che sembrava inevitabile può tornare a essere:

pensato,

giudicato,

messo alla prova nella realtà.

Il passato non viene cancellato.

Ma può smettere di essere utilizzato automaticamente come legge del presente.

Non sei il tuo trauma

Una persona ha una storia.

Ma non coincide con ciò che ha subito.

Questo punto è fondamentale.

Se trasformiamo il trauma in identità:

«sono un traumatizzato»

rischiamo di consegnare all’evento passato un potere ancora maggiore.

La psicoanalisi può invece lavorare perché quella storia diventi nuovamente:

ricordabile,

pensabile,

giudicabile.

E perché il soggetto possa tornare a prendere iniziativa là dove una vecchia soluzione gli aveva consigliato soltanto di proteggersi.

Dal trauma alla fissazione

Un trauma non produce automaticamente una fissazione. Ma quando un’esperienza non viene elaborata, il pensiero può restare legato a una frase, a un’interpretazione o a una soluzione costruita in quel momento.

Freud chiama [fissazione] questo restare ancorati a una precedente modalità di soddisfazione, di pensiero o di rapporto.

E ciò che rimane fissato può tornare a presentarsi nel presente: cambiano le persone e le circostanze, ma qualcosa sembra ripetersi. È il problema che Freud affronterà attraverso il concetto di [coazione a ripetere].

Continua il percorso: Trauma psichico → Fissazione → Perché ripetiamo?

fissazione → /biblioteca/psicopatologia-quotidiana/fissazione/ Perché ripetiamo? → /biblioteca/perche-ripetiamo/

Guarda il video

TRAUMA e PsicoAnalisi: perché il passato ci blocca?

Nel video approfondisco il rapporto tra trauma, passato e presente, utilizzando Freud ed esempi quotidiani per mostrare perché un’esperienza può continuare a produrre conseguenze anche molti anni dopo.

Un caso collegato

Il trauma del Piccolo Hans: la frase che lo ha sconvolto

Un approfondimento su come una singola esperienza acquista significato dentro la storia particolare di un soggetto.

Fonti principali

Josef Breuer e Sigmund Freud, Studi sull’isteria, 1895.

Alle origini della ricerca psicoanalitica sul rapporto tra esperienza, affetto e sintomo.

Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere, 1920.

Testo fondamentale per comprendere il rapporto tra trauma, eccitazione psichica e ripetizione.

Sigmund Freud, Inibizione, sintomo e angoscia, 1926.

Importante per gli sviluppi successivi della teoria freudiana dell’angoscia e del sintomo.

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Questo contenuto fa parte di Psicopatologia quotidiana.

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Perché ripetiamo?
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