Il beneficio dell’imputabilità secondo Giacomo B. Contri
Nel linguaggio comune, imputabilità fa pensare quasi subito al diritto penale: essere ritenuti responsabili di un reato.
Per Giacomo B. Contri il concetto è molto più ampio.
L’imputabilità riguarda il fatto che un pensiero o un atto possano essere imputati a un soggetto, cioè riconosciuti come suoi. Contri estende così il campo della giuridicità ben oltre il tribunale e la legge statuale, fino alla comune esperienza dei rapporti.
Perché parla di “beneficio”?
Il titolo di un suo saggio del 1997 è precisamente Il beneficio dell’imputabilità. Il testo appartiene al nucleo della sua elaborazione sul diritto individuale, la legge di moto, il soggetto e Freud.
La parola beneficio è decisiva.
Essere imputabile non significa soltanto:
“Se sbagli, sei colpevole.”
Significa poter dire:
“Questo atto è mio.”
E quindi anche:
“Questo risultato, questo profitto, questa riuscita possono essere imputati alla mia iniziativa.”
Negli scritti successivi Contri collega infatti imputazione non solo al danno, ma anche al profitto prodotto dagli atti.
Imputabilità non significa colpevolizzazione
Qui occorre evitare un equivoco importante.
Dire che una persona è imputabile non significa attribuirle moralisticamente ogni disgrazia che le accade.
Non significa neppure:
“Se soffri, te la sei cercata.”
L’imputabilità riguarda piuttosto la possibilità di riconoscere quale parte abbia avuto il soggetto nei propri atti, giudizi e soluzioni.
La differenza è enorme.
La colpevolizzazione chiude il giudizio:
“È colpa tua.”
L’imputabilità lo riapre:
“Che cosa hai fatto? Che cosa hai pensato? Quale soluzione hai adottato? Che cosa puoi correggere?”
Anche il buon risultato è imputabile
Questo è probabilmente il punto più originale.
Siamo abituati a pensare l’imputazione quasi esclusivamente in termini negativi:
reato, colpa, errore, danno.
Contri insiste invece sul fatto che anche un beneficio può essere imputato.
Se una persona prende un’iniziativa efficace, costruisce un buon rapporto, accetta un’offerta conveniente o corregge una propria soluzione patologica, quel risultato non deve essere trattato come qualcosa che “è semplicemente successo”.
Può esserne riconosciuta come autrice.
È questa dimensione positiva che rende l’imputabilità un beneficio e non semplicemente una minaccia.
Imputabilità e libertà di giudizio
L’imputabilità è strettamente collegata alla competenza individuale che abbiamo visto nel Pensiero di natura.
Se posso giudicare un rapporto, prendere iniziativa, accettare o rifiutare una proposta, allora i miei atti non sono semplicemente effetti automatici di cause esterne.
Possono essere imputati a me.
È questa possibilità che rende sensato parlare di correzione.
Se fossi soltanto il prodotto necessario della mia infanzia, dei miei genitori, dei miei traumi o della società, non ci sarebbe molto da correggere: si potrebbe soltanto descrivere ciò che mi è accaduto.
L’imputabilità introduce invece la possibilità del lavoro del soggetto.
Un esempio clinico
Una persona continua per anni a tornare in una relazione che le procura sofferenza.
Una lettura puramente causalistica potrebbe dire:
“Lo fa perché ha avuto una madre così.”
oppure:
“Ripete il trauma infantile.”
Queste spiegazioni possono contenere elementi veri, ma rischiano di lasciare il soggetto nella posizione di puro effetto.
La questione dell’imputabilità aggiunge una domanda:
Quali giudizi, decisioni e soluzioni mantengono oggi questo rapporto?
Non per accusare la persona.
Ma perché solo ciò che può essere riconosciuto come proprio può anche essere corretto.
La psicopatologia non cancella automaticamente l’imputabilità
Contri porta questa tesi molto lontano.
Nel corso del 1996-1997 sulla giuridicità dell’esperienza sostiene che anche il soggetto malato psichicamente non vada trattato come totalmente esterno al campo dell’imputabilità; critica proprio la riduzione del malato a puro oggetto di trattamento medico.
Questa è una formulazione teoricamente forte e va usata con precisione.
Non significa negare la gravità di una patologia né applicare indiscriminatamente categorie giuridiche penali alla clinica.
Significa che, nella prospettiva di Contri, la cura non dovrebbe abolire il soggetto come autore dei propri atti.
Profitto e danno
Negli scritti più tardi Contri formula la questione in termini molto sintetici:
profitto e danno sono imputazioni ad atti.
Il criterio non è soltanto stabilire se un atto sia conforme a una norma morale astratta.
Occorre giudicarne gli effetti:
ha prodotto profitto?
ha prodotto danno?
ha costruito un rapporto?
lo ha distrutto?
ha aperto possibilità?
le ha chiuse?
L’imputabilità diventa così inseparabile dal giudizio sugli effetti dell’atto.
Perché è utile nella vita quotidiana
Il concetto permette di uscire da due posizioni opposte ma ugualmente sterili:
“È tutta colpa mia.”
e
“Non dipende mai da me.”
La prima produce colpa.
La seconda elimina il soggetto.
L’imputabilità permette invece una terza posizione:
“Posso riconoscere ciò che è mio e giudicarne gli effetti.”
Ed è proprio questa possibilità che rende pensabile una correzione.
Guarda l’approfondimento
Imputabilità non significa sentirsi in colpa
In questo video approfondisco la differenza tra essere imputabili dei propri atti e vivere sotto un continuo senso di colpa. L’imputabilità non serve a condannare il soggetto, ma a restituirgli la possibilità di giudicare e correggere ciò che fa.
Fonti principali
Giacomo B. Contri, “Il beneficio dell’imputabilità”, 1997, poi in Anima e paura. Studi in onore di Michele Ranchetti, Quodlibet, 1998.
Giacomo B. Contri, “Imputabilità e giuridicità dell’esperienza”, intervento del 14 dicembre 1996, Corso Istituzioni del pensiero laico: l’esperienza giuridica.
Percorso collegato
Questo contenuto fa parte di Giacomo B. Contri.
Approfondimenti tematici
Questo concetto è collegato a Il pensiero di natura, Psicopatologia quotidiana e Metodo e pratica psicoanalitica.